Letta e il fattore C
Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha un enorme “fattore c” da spendere. Lo definiamo – non è quello che pensate voi – il “fattore Crescita” ma con questo intendiamo anche una certa dose di fortuna. E’ un presidente del Consiglio fortunato, il giovane Letta, soprattutto se messo a confronto con il suo predecessore Mario Monti. Il suo governo, nato in provetta, è stato blindato dal sapiente alchimista Giorgio Napolitano in più occasioni, l’ultima mercoledì: “Il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa finalmente delineatasi (…) ho perciò apprezzato la riaffermazione, da parte delle forze di maggioranza, del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là delle polemiche politiche a volte sterili e dannose”.
23 AGO 20

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha un enorme “fattore c” da spendere. Lo definiamo – non è quello che pensate voi – il “fattore Crescita” ma con questo intendiamo anche una certa dose di fortuna. E’ un presidente del Consiglio fortunato, il giovane Letta, soprattutto se messo a confronto con il suo predecessore Mario Monti. Il suo governo, nato in provetta, è stato blindato dal sapiente alchimista Giorgio Napolitano in più occasioni, l’ultima mercoledì: “Il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa finalmente delineatasi (…) ho perciò apprezzato la riaffermazione, da parte delle forze di maggioranza, del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là delle polemiche politiche a volte sterili e dannose”, così Re Giorgio ha messo al riparo l’esecutivo coalizionista per consentire una serena continuazione di legislatura. Allora che Letta lavori tranquillo. Monti, al contrario, è stato lasciato in pace per circa sei mesi, poi è stato bersagliato per un periodo altrettanto lungo. Il professore bocconiano aveva cominciato il suo mandato tecnico sotto la pressione di uno spread da record (575 punti), un’economia in grave recessione, e un bilancio pubblico da far quadrare secondo i canoni rigoristi graditi a Berlino, eppure è riuscito a soddisfare due raccomandazioni della Banca centrale europea che, con la famosa lettera del 2011, aveva dato il là all’esperienza dei tecnici (la riforma delle pensioni e, in parte, quella del lavoro). Solo un quarto di quelle riforme vitali per rigenerare l’asfittica economia italiana (non ancora uscita dalla recessione come invece accade all’Eurozona nel suo complesso) è stato completato.
A confronto con Monti, Letta ha la strada spianata e nemmeno troppo per suo merito, piuttosto, appunto, per suo “c”. Il contesto è quello di un’economia europa in ripresa, seppure di uno “zero virgola”, su cui soffia un cauto ottimismo grazie anche a Mario Draghi in veste di esperto domatore dello spread, arrivato ai minimi da due anni a 239 punti (il che allevia anche il costo di rifinanziamento del debito). Sul lato della finanza pubblica, inoltre, Bruxelles ha già concesso più spazio di manovra all’Italia (al pari della Spagna). Si potrebbe dunque dire che il giovane Letta ha il compito facilitato per mettere anche lui la spunta ai vincolanti consigli della Bce finora rimasti sulla carta. Non sono “piccoli passi” come quelli visti finora, tra una polemica sull’Imu e una falciata alle auto blu, sono le cosiddette riforme strutturali per rendere il paese competitivo. Il flusso della corrente è favorevole. E i bravi democristiani hanno sempre saputo sfruttare al meglio anche i piccoli refoli. A Letta – che certo di “rosso” acceso non è, piuttosto è dipinto di un “bianco” profondo – basterà ricordare questo?